Terzo settore: un appuntamento a Torino in vista dell’importante riforma

Quella del terzo settore è una riforma attesa da vent’anni. Sia perché la legislazione su volontariato e cooperazione iniziava ad essere datata. Sia per gli innegabili cambiamenti che li hanno coinvolti in questi anni. Un settore che mette in pratica tutti i giorni il principio di solidarietà e a la dimensione solidaristica della vita sociale, sanciti dall’art.2 della nostra Costituzione.
A Torino, in un appuntamento organizzato dal PD regionale, abbiamo incontrato questo mondo per ascoltare e condividere i prossimi, importanti passaggi.

E’ un settore che, per capirci, in Italia comprende oggi più di 300 mila istituzioni (un terzo delle quali nate negli ultimi 10 anni), 1 milione circa di lavoratori, 4,7 milioni di volontari e quasi 80 miliardi di euro di entrate, che valgono il 3% del Pil.
Ma non è solo un fatto di numeri, anzi.
Parliamo di donne e uomini curano quotidianamente quella dote di beni comuni, relazionali, di interesse generale nel senso più ampio possibile che è patrimonio di tutti, e che non possiamo dimenticare. Questa è la ragione profonda per cui il dialogo deve instaurarsi su basi nuove. Questa la ragione per cui la nostra politica – quella del nostro Governo e del Parlamento dove siamo maggioranza – deve e vuole ascoltare, sostenere e promuovere questo mondo e quello che fa.
Un settore che è molto cresciuto negli ultimi anni, anche in relazione ai maggiori bisogni dettati dalla crisi economica. E che è diventato anche estremamente variegato al suo interno.
Maggior ordine, maggiore chiarezza e maggiore trasparenza fanno allora ad essere i tre punti chiave della riforma.
L’albo unico mi sembra in questo senso una innovazione attesa e decisiva. Si supera così l’estrema frammentazione di criteri e requisiti, spesso all’interno dello stesso territorio, che favorivano disparità di trattamento. Aprendo anche la strada anche ad una maggiore possibilità di controlli: sappiamo infatti che, all’interno di maglie legislative in certi casi troppo larghe, si sono infilati negli anni anche alcuni furbi. Le vicende di corruzione che in questi giorni sono tornate “ai disonori” delle cronache, vanno affrontate con durezza e intransigenza.
Questo perché vi è una stragrande maggioranza sana, la prima ad essere danneggiata da chi specula, che va tutelata e promossa: la legge delega fa bene ad molto chiara e netta su questo punto, prevedendo sia un sistema di controllo esterno, attraverso il coordinamento del ministero del lavoro e degli altri ministeri con l’agenzia delle entrate, sia forme di accertamento interne che si vogliono più efficaci, con una spinta verso la responsabilità della rendicontazione e di qualità della governance.
E’ anche da qui che passa la credibilità di uno Stato che non solo riconosce chi svolge un servizio fondamentale all’intera comunità, ma che con questa parte di Paese stringe un patto.
Per quanto riguarda le innovazioni in vista per le imprese sociali (ricordando che la cooperazione e la promozione sociale insieme continuano a rappresentare il 90% del totale) credo che ci voglia equilibrio e realtà. Sempre tenendo presente, però, che il nostro sistema nasce in una logica diversa da quella anglosassone: quella di una dimensione sussidiaria e partecipativa, il cui obiettivo principale è coinvolgere il numero più ampio di cittadini.
Insomma, di far sì che le energie migliori della società civile di si possano esprimere pienamente e dal basso. E che lo possano fare con una qualità visibile, riconoscibile dall’esterno. Ad esempio con una buona valutazione dell’impatto, a condizione che non sia solo in termini economici, ma in termini di reale miglioramento della qualità della vita. Un passaggio che non va temuto, ma preso come una sfida, e come tale affrontato.
Il provvedimento, insomma, è molto ampio. E si è arricchito ancor più grazie alla consultazione pubblica svolta lo scorso anno. Anche sulla base delle indicazioni emerse da tutte le occasioni di dialogo, è stato quindi ampliato nel passaggio alla Camera, passando dagli iniziali 7 articoli agli attuali 11.
Certo, l’esperienza fatta anche in altri campi ci insegna che determinanti saranno i decreti successivi, in particolare quelli economici. Proprio per questo, però, il lavoro nella delega è così importante. Come lo è il fatto che questa riforma non sia “isolata” , ma che deve dialogare ed integrarsi con gli altri interventi in corso e strumenti a disposizione.
Intanto, la legge di Stabilità 2015, se non risolve tutti i problemi, ha cambiato però nettamente direzione rispetto al passato. Lo fa con misure come l’aumento – dopo un errore iniziale – a 400mln del Fondo per le non autosufficienze; la conferma di 315 mln al Fondo nazionale politiche sociali, con 100 mln dedicati alla prima infanzia; il 5×1000: stabilizzato ed incrementato da 400 a 500 milioni; i milioni destinati alla cooperazione internazionale aumentati da 170 a 180; i 50mln per sostenere gli investimenti delle imprese sociali e i 115 sul servizio civile; e i 187 milioni sul Fondo Sprar, così attuale in questi mesi per la protezione richiedenti asilo.
Va ricordato che in aula abbiamo avuto in sostanza due opposizioni: la prima, se vogliamo attesa, della Lega (per la decisione – a mio parere giusta – di aprire il servizio civile anche ai ragazzi cittadini stranieri, come ulteriore opportunità di apertura sociale ed integrazione. Una innovazione che, al contrario, dà ancora più senso ad servizio civile che, non solo nel nome, diventa “universale”. E che si completa con una sorta di reciproco, e cioè la possibilità per i ragazzi italiani tra i 18-28 anni di poterlo svolgere all’estero.)
La seconda opposizione, decisamente meno comprensibile, è venuta dai 5 stelle, che hanno dimostrato una volta in più la strumentalità della loro posizione, disposta ad ignorare la realtà delle cose – e le esigenze reali di quei tanti che vi operano – pur di contrastare il governo.
Credo che il lavoro iniziato vada invece portato avanti come fatto fin qui, con ascolto e determinazione, perchè può essere davvero uno degli strumenti maggiormente in grado di creare crescita, occupazione e attirare investimenti.
Mi sembra quindi ci siano tutti gli elementi perché venga raccolta la sollecitazione che Giovanni Moro ha lanciato con il suo ultimo libro, intitolato “Contro il non profit”. Una provocazione, chiaramente, che un chiama a tutti noi a ribaltare il modo in cui pensiamo al terzo settore: non più con la formula negativa, di un “non-qualcosa”, ma finalmente affermativa, in positivo.
Così come è chiamata “positiva” quell’economia che sul Terzo Settore dovrebbe poggiarsi, per costruire l’uscita dalla crisi, e di cui parla l’economista e storico consigliere di Mitterand, Jacques Attali.
Un’economia in cui la ricchezza creata non è fine a se stessa, bensì un mezzo per servire dei valori altruistici. Un’economia al servizio delle future generazioni, che favorisca una crescita responsabile, sostenibile ed inclusiva. Un’economia rispettosa dell’ambiente e al servizio della società. Arrivando a misurare la ricchezza di un Paese non solo in base al Pil, ma secondo criteri che tengano conto del benessere a lungo termine.
Per usare l’efficace formula scelta da Renzi, è attraverso questa strada che il Terzo settore può diventare davvero il “primo” nel rifondare uno sviluppo più giusto, partecipato e sostenibile.
Credo si aprano grandi opportunità, i rami ci sono. Il Senato ora è chiamato alle ultime cure. Ma poi, sono certa, con l’aiuto di tutti, le foglie cresceranno.

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