Indagine sulla disoccupazione giovanile

In commissione Lavoro della Camera abbiamo da poco ultimato l’indagine conoscitiva sull’emergenza occupazionale, in particolare giovanile.
Nello specifico, abbiamo voluto approfondire i fattori che incidono sulla capacità del sistema di incentivare il lavoro soprattutto per le giovani generazioni, intendendo cogliere le diverse “sfaccettature” dei molti problemi sul tavolo.
Ci si è concentrati su diversi aspetti, che vanno dalla riduzione del carico fiscale sul lavoro, alle ipotesi di interventi correttivi della Legge Fornero.
L’indagine, iniziata a giugno, prorogata fino al 30 settembre, è durata in tutto tre mesi: è stato così possibile ascoltare i moltissimi soggetti coinvolti (parti sociali, associazioni di categoria dei settori produttivi e professionali, operatori del mercato del lavoro, autonomie territoriali, istituti, centri di studio, ricerca e statistica, associazioni operanti nel settore, singoli esperti) ed analizzare con attenzione i risultati.

Gli esiti rivelano quanto la situazione sia grave. Sono 727mila i posti di lavoro per i giovani persi in questi anni e ormai 6 milioni (più del 40%, ma in alcune aree del Paese la percentuale è molto più alta) coloro che sono senza occupazione. A questi vanno poi aggiunti tutte quelle ragazze e ragazzi che nemmeno cercano più un impiego né studiano. Spesso tutto questo è fortemente legato a fenomeni cosiddetti di “skill mismatch” (ossia la mancata corrispondenza della forza lavoro alle competenze richieste dal mercato) di “skill gap” (cioè obsolescenza delle competenze lavorative) e infine di “overeducation” (per cui molti giovani in possesso di titoli di studio qualificanti sono costretti a svolgere mansioni non in linea con le competenze acquisite). Certo, sul fronte dell’offerta di lavoro, importanti sono i meccanismi che legano il mondo della formazione e del lavoro: un’attenzione particolare deve essere data agli strumenti con cui poter accedere in tempi ragionevoli e con le migliori competenze ad una prima occupazione. Questo è anche il principale impegno assunto dai Paesi UE nel Consiglio dello scorso giugno, con l’attivazione della “Garanzia giovani”: 9 miliardi di euro complessivamente indirizzati ad assicurare che un giovane sotto i 25 anni che perda il lavoro o esca dal sistema formativo non debba attendere più di quattro mesi prima di trovare una nuova offerta qualitativamente valida di lavoro, tirocinio, apprendistato o proseguimento degli studi. Nelle condizioni attuali, tuttavia, l’utilizzo di questi fondi è reso più difficile da alcune debolezze strutturali del nostro Paese: penso soprattutto al sistema dei centri per l’impiego, che intercettano solo l’1,6% della nuova manodopera e con i quali tre giovani NEET su quattro non hanno avuto nessun contatto negli ultimi sette mesi. Questa è la dimostrazione di quanto sia diffusamente percepita la loro inefficacia e quanto, invece, valgano ancora le reti di relazioni informali (parenti, amici…) per trovare un impiego. Ma la “Youth Guarantee” deve essere innanzitutto un’occasione per compiere delle scelte forti: queste, credo, debbano innanzitutto essere mirate a creare nuova domanda, ovvero nuovi posti di lavoro, stabili e di qualità. Solo in questo modo i lavoratori più giovani, potranno avere l’opportunità di rendersi finalmente autonomi ed economicamente indipendenti rispetto alle famiglie di provenienza. In questo senso, ripensare una politica industriale fondata sulla Conoscenza deve aiutarci ad alzare il livello delle competenze richieste dalle nostre aziende e, con esse, i salari. Un intervento strutturale che ribalti il punto di vista finora seguito: diversamente, anche la riduzione del cuneo fiscale (pur necessaria e per la quale ci batteremo in Legge di Stabilità, perché sia innanzitutto a vantaggio dei lavoratori), se lasciata da sola, potrebbe non dare una risposta a lungo termine e determinare una situazione nella quale costerà meno un lavoro che, però, non ci sarà.

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