Giovani che fanno: Nicola Facciotto, Kalatà – progetti per fare cultura, Mondovì

Questo numero parliamo di cultura: il racconto di Nicola Facciotto, fondatore e presidente di Kalatà – progetti per fare cultura, con sede a Mondovì.


1) Qual è la tua attività? Cosa ti ha spinto ad intraprenderla?
Kalatà è una cooperativa ed è una delle prime realtà italiane operanti nel settore della valorizzazione di beni e attività culturali ad aver acquisito, nel 2014, la qualifica di “impresa sociale”: questa forma organizzativa ci consente di trasferire al settore del non profit modalità gestionali e operative tipiche dell’impresa e ci permette lo sviluppo di efficaci sistemi per la sostenibilità dei progetti, potenziandone l’approccio strategico.
La nostra cooperativa, esito di un’esperienza pluriennale maturata nella gestione di iniziative su scala regionale e nazionale (Cuneo, Torino, Milano, Urbino, Cremona, Siracusa, Ancona, Pesaro) opera in un’ottica d’impresa, anche attraverso l’investimento diretto di risorse economiche sul patrimonio.
La nostra attività riconosce come prioritario l’obiettivo di coniugare il rigore dei contenuti culturali e la dimensione divulgativa, attraverso forme di presentazione al passo con i tempi e modalità di fruizione capaci di coinvolgere un pubblico ampio e differenziato.
Oggi Kalatà è composta da 8 soci con competenze diverse e complementari e impiega circa 15 figure professionali fra dipendenti stabili e collaboratori. Il nostro fatturato si attesta ogni anno fra i 350.000 e i 400.000 euro.
Il mio impegno nel settore ha preso avvio alla fine degli anni ’90, intorno al 1997, inizialmente in forma di “impresa individuale”, con un progressivo allargamento dello staff e degli ambiti di intervento. fino ad arrivare all’attuale assetto cooperativo.
Da sempre ritengo che possa e debba essere superata la dicotomia fra il valore intrinseco e il valore strumentale del patrimonio culturale, che l’investimento in cultura possa generare impatti sociali, crescita dei territori, delle comunità e degli individui, e anche – allo stesso tempo – valore economico. Questi argomenti, tanto frequenti nell’ambito di convegni, tavole rotonde, consessi istituzionali da apparire persino ovvi, trovano – alla prova dei fatti – rara traduzione in attività d’impresa. Il nostro lavoro quotidiano consiste nel dare la massima concretezza possibile a queste enunciazioni di principio.
In termini più generali mi “piace” l’idea dell’impresa. L’idea per cui una catena di attività organizzate e un insieme di persone che lavorano sinergicamente possano, in qualche modo, trovare collocazione in un contesto di domanda e offerta e attraverso questo posizionamento generare valore, anche economico.

2) La scuola che hai fatto ti ha aiutato? Ti ha dato gli strumenti utili per scegliere il tuo lavoro e per proseguirlo?
Dopo gli studi di liceo ho conseguito la laurea in Musicologia, con una specializzazione sul barocco italiano e una tesi su Corelli, Scarlatti e Pasquini. In apparenza nulla di più lontano dalle attività che mi vedono impegnato quotidianamente: l’amministrazione della nostra società, con particolare riferimento al “governo” degli aspetti economici e finanziari, il rapporto con le istituzioni e con i partner, la direzione organizzativa dei progetti. In vero, come spesso succede, gli studi liceali e universitari si sono rivelati utili a livello generale, di forma mentis. Molto più mirato, e di utilità concreta, è stato il percorso formativo che ho intrapreso nei primi anni dopo la laurea, con specifico riferimento al project management applicato alle iniziative culturali. Penso in modo particolare ai corsi di perfezionamento promossi dalla Fondazione Fitzcarraldo di Torino, organizzazione (già allora come oggi) accreditata internazionalmente nel campo della formazione e del perfezionamento degli operatori culturali.

3) Come mai la scelta del lavoro autonomo? Quali aspetti positivi o difficoltà particolari hai incontrato?
In Italia, fra la fine degli anni ’90 e il 2000 esistevano pochissime realtà d’impresa dedicate trasversalmente della valorizzazione del patrimonio. A me non interessavano – in modo specifico  – il teatro o la mostra di pittura, il monumento o il festival musicale, né tantomeno ritenevo allettante finire nel limbo delle “associazioni culturali”. Mi interessava mettere a fuoco e sperimentare i meccanismi attraverso i quali le “manifestazioni della cultura” (beni e attività culturali) sono in grado di generare impatti, ricadute, lavoro. Allora, semplicemente, non conoscevo nessuno a cui spedire un curriculum. E’ una cosa frequente quando si dà avvio ad un’attività caratterizzata nel senso dell’innovazione. Il gesto più semplice e lineare, in questi casi, è andare in Camera di Commercio e aprire una partita iva. Raggruppare un paio di compagni d’avventura, individuare una nicchia di mercato e buttarsi a capofitto. Questo tipo di percorso, nonostante le inevitabili difficoltà, è quasi sempre entusiasmante, coincide con il dare vita e il veder crescere una “creatura imprenditoriale”, a prescindere dalla portata del business o del settore di intervento.
Nella prima fase della nostra vita d’impresa abbiamo incontrato significative difficoltà legate alla mancanza di competenze e di formazione specifica in riferimento agli aspetti di gestione amministrativa, economica e finanziaria. Spesso succede che nella fase di lancio dell’attività si stia molto concentrati sull’oggetto del business, sul “prodotto”, senza dare troppa importanza al “processo”. Penso di aver commesso errori grossolani e, con il senno di poi, facilmente evitabili, nel rapporto con gli istituti di credito, nell’impostazione degli aspetti fiscali, nella gestione aziendale nel suo complesso. Abbiamo incontrato difficoltà significative nell’individuare consulenti che potessero affiancarci e supportarci con soluzioni “tailor-made”, pensate ad hoc per il nostro modello di business.

4) Sei pentito o consiglieresti a qualcuno di prendere spunto dalla tua esperienza?
Forse è impossibile rispondere a questa domanda. Ogni giorno, per ragioni ogni volta diverse, arriva il momento in cui pensi che sarebbe stato meglio tentare il concorso per entrare alle Poste Italiane o all’Agenzia del Demanio. Puntualmente, lo stesso giorno, arriva poi anche quella riunione con lo staff, la telefonata, il feedback da un cliente o da un visitatore, per cui prende ogni volta nuovo senso il mestiere che fai e le inevitabili difficoltà finiscono sullo sfondo, del tutto in secondo piano.

5) Progetti per il futuro?
Stiamo lavorando per migliorare la governance e l’architettura societaria di Kalatà, allo scopo di rendere la nostra impresa concretamente attrattiva agli occhi dei potenziali investitori privati. A partire dal gennaio 2017, abbiamo dato corso ad un piano pluriennale di sviluppo e crescita aziendale, per la diffusione – su scala nazionale – di un nostro modello progettuale (Opera) per forme innovative e sostenibili di valorizzazione del patrimonio culturale. C’è molta attenzione, oggi, nei confronti di queste tematiche, è bello (seppur molto faticoso) essere sul fronte “pionieristico” e forse più avanzato che sta sperimentando iniziative in questa direzione.

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