Due parole su Alitalia

Il caso della crisi della nostra compagnia di bandiera non è certo una novità. Privatizzazione nel 1996, il mancato accordo con Air-France per la caduta del governo Prodi, la cordata di “capitani coraggiosi” di Berlusconi e alla fine l’accordo con il vettore Etihad: tanti tentativi di dare nuova vita ad Alitalia, tutti finiti con la necessità di un nuovo intervento dello Stato per salvare l’azienda laddove nessun manager sembra capace di rimetterla in piedi. Ma è davvero finita?
Dopo il NO dei lavoratori al referendum sul piano di ristrutturazione, che ha indirizzato l’azienda verso il commissariamento da parte dello stato e il prestito ponte per garantirne l’operatività, vorrei fare due considerazioni preliminari rispetto a quanto il governo ha prospettato in questi giorni: vendita o liquidazione.
La prima è sul lavoro. Il piano bocciato 10 giorni fa prevedeva nuovi licenziamenti, nuovi tagli alle retribuzioni, nuovi tagli ai giorni di riposo del personale di volo, e l’acquisto di pochi, pochissimi aerei per il volo su lungo raggio (unico settore in cui le compagnie di bandiera possono essere veramente competitive, al contrario dei tragitti brevi ormai coperti dalle low cost). Scaricare per l’ennesima volta sui lavoratori il peso della crisi, quando non un euro viene toccato ai milionari assegni di buonuscita dell’amministratore delegato o dei consiglieri di amministrazione, è una politica che non possiamo più accettare. Il management è responsabile quanto i lavoratori inquadrati nelle mansioni più basse (e forse di più?). Continuare a credere che il costo del lavoro sia l’unica zavorra di quest’aereo non porterà a nessuna soluzione di lungo periodo, né in questo né in altri casi.
La seconda è sul ruolo di Alitalia. Si tratta di una grande azienda, che dà lavoro direttamente a 12.000 persone e indirettamente ad altre 8.000. Rappresenta l’Italia nel mondo e da anni sembra quasi aver delegato il ruolo che per natura dovrebbe ricoprire: quello di principale mezzo di trasporto per i turisti internazionali che vogliono visitare il nostro Paese. Non parliamo solo di Ryanair e delle altre low cost che popolano i cieli europei, ma anche dei viaggiatori americani e asiatici che vogliono arrivare nel nostro paese e spesso sono costretti ad utilizzare compagnie di altri paesi. Un paese con la nostra vocazione turistica potrebbe davvero guadagnare tanto se la sua compagnia di bandiera lavorasse in sinergia con i territori per questo grande obiettivo.
Alitalia non si merita un altro euro dalle tasche dei contribuenti. Ma dire che non abbia chance di sopravvivenza fa comodo soltanto a chi vuole comprarla a pezzi con i saldi del fallimento. Il mio impegno, e anche quello del PD dopo queste primarie, sarà quello di trovare una soluzione diversa, nell’interesse del Paese.

Submit a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *