Riparte la battaglia per l’equo compenso

In Commissione Lavoro prosegue l’iter di Risoluzione per l’Equo compenso, di cui sono prima firmataria. Al giorno d’oggi, un lavoratore autonomo è spesso pagato, per svolgere lo stesso lavoro, molto meno di uno subordinato. Un modo ingiusto con cui risparmiare sul costo del lavoro. Parliamo di oltre tre milioni di persone, in buona parte giovani con redditi tra 9 e 11mila euro annui. Con la nostra iniziativa, chiediamo ci sia invece eguale compenso tra lavoratore autonomo e subordinato, a parità di lavoro svolto.
La battaglia, riguarda anche le protezioni sociali e le regole contrattuali di una fetta di popolazione – quella delle nuove professioni – spesso dimenticata.

Come specificato nella Costituzione all’articolo 36, “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
Per molti lavoratori, purtroppo, oggi così non è e il problema rischia di assumere forme patologiche; a subire le conseguenze sono soprattutto i giovani, esposti in misura via via crescente ad una fragilità lavorativa – sia in termini remunerativi che di tutele – che spesso rischia di condizionare il percorso professionale per tutto il resto della vita.

Specie in quegli spazi lavorativi che stanno tra subordinazione e autonomia, si osserva sempre più spesso la cosiddetta «fuga dal diritto del lavoro»: questa si manifesta quando vengono utilizzate prestazioni che, a causa della loro natura giuridica autonoma, sfuggono alle normali tutele riconosciute a favore dei soli lavoratori subordinati.

Tali fenomeni sono da tempo oggetto di attenzione anche delle istituzioni internazionali competenti – come l’Organizzazione Internazionale del Lavoro – nelle quali l’ampio dibattito testimonia la preoccupazione con cui si guarda ai processi la protezione del lavoro sta via via indebolendosi. L’OIL, in particolare, ha osservato a livello internazionale come in Italia la preoccupante riduzione della platea di soggetti cui si applicano le tradizionali tutele lavorative.

Secondo l’osservatorio PLUS dell’ISFOL, in Italia soffrono soprattutto i co.co.co., i lavoratori e i collaboratori occasionali e gli associati in partecipazione: parliamo di 160 mila persone nel 2011, secondo la Gestione Separata Inps, con un reddito medio lordo di 11 mila euro all’anno. Paragonando questi compensi a quelli della media dei dipendenti con mansioni assimilabili (pari a circa 25 mila euro secondo i dati Istat 2011, quindi più del doppio) appare subito evidente la sproporzione e la necessità di avviare un percorso di giusto compenso sia per garantire, oggi, una vita dignitosa a milioni di persone, sia per dare loro, domani, un futuro previdenziale dignitoso. Specie per i lavoratori parasubordinati, la mancanza di regole sui compensi porta poi con sè un’enorme differenza di reddito anche fra uomini e donne, con una differenza media di 11 mila €
annui a sfavore di queste ultime.

A queste tipologie vanno aggiunti gli iscritti agli ordini professionali che, secondo Confprofessioni sono circa 250 mila, cui si aggiungono circa altri 300 mila lavoratrici e lavoratori che lavorano per altri professionisti, e non per i propri clienti. Sempre secondo l’ISFOL risultano molto esposte anche le partite IVA individuali senza dipendenti e non costituite in impresa. Dai dati Istat emerge chiaramente come di 3 milioni di lavoratori autonomi individuali senza dipendenti né collaboratori (esclusi, quindi, i collaboratori e le imprese), solo 797 aveva un monocommittente e solo 83 mila lavoravano presso quel committente con orari imposti.

Il tema quindi non è solo l’abuso ma anche, e soprattutto, la qualità delle retribuzioni, le protezioni sociali e le regole contrattuali anche individuali per il lavoro autonomo genuino: questo per consentirgli di rimanere tale e per permettere a questi oltre 3 milioni di persone di valorizzare la propria professionalità, esercitando al meglio la propria attività.

Quindi non sono solo lavoratori dipendenti mascherati ma, contrariamente all’idea cui siamo abituati, parliamo prevalentemente di lavoratori autonomi e professionisti che vogliono esserlo ed hanno le caratteristiche per esserlo, ma che oggi vivono in un mercato del lavoro non regolato. L’Italia è, infatti, l’unica nazione Europea che non ha ancora adottato una legge di regolazione e sostegno del lavoro autonomo assieme a Grecia e Portogallo.

Un’altra situazione di iniquità è quella dei professionisti con Partita Iva iscritti alla Gestione Separata Inps, sui quali pesano compensi altrettanto bassi e differenze di genere e regionali rilevanti. Sono archeologi, informatici, traduttori, consulenti d’impresa, formatori, esperti di sicurezza sul lavoro, web designer, ecc.

Per capire di cosa parliamo, basta guardare alla media dei loro compensi: vedremo come ciò che rimane ad un lavoratore autonomo iscritto alla gestione separata, tolte le tasse, sono appena novemila euro annui. Il fatto che i compensi siano così bassi, specie nelle professioni intellettuali, comporta un grave deficit nelle capacità di reddito e di spesa. Per esempio, un lavoratore in partita Iva con un reddito lordo di 1.000€ al mese, oggi, ha un reddito netto disponibile di appena 545€ .
Se fosse confermato l’aumento delle aliquote Inps decise dai precedenti governi, il reddito si ridurrebbe ulteriormente a 485€ mensili.

Questa situazione retributiva crea un forte disagio sociale e di prospettiva professionale per intere generazioni di lavoratori, che vedono le proprie aspettative previdenziali guardare ad un orizzonte pensionistico tutt’altro che dignitoso.

In particolare, il 40% dei lavoratori della cultura che operano con contratti non subordinati, hanno un reddito lordo annuo inferiore ai 10.000 €. Si tratta di musicisti, sceneggiatori, registi, pubblicitari, organizzatori di eventi, guide turistiche. Anche il 59% di chi opera nell’informazione ed editoria con un contratto autonomo (tra gli altri: redattori, illustratori, giornalisti free lance, fotografi, addetti stampa, web designer) ha un reddito lordo annuo inferiore ai 15.000 €, così come il 50% degli interpreti e traduttori, il 67% degli insegnanti ed educatori che operano nella formazione professionale, nella scuola privata o nelle coooperative sociali, il 40% di architetti, informatici, ingegneri, geometri, grafici, geologi, archeologi, restauratori, biologi e, in generale, i consulenti tecnici. Infine, vive nelle medesime condizioni il 39% di chi opera con modalità autonome come medico, psicologo, sociologo.

Oggi questi lavoratori hanno bisogno, quindi, di compensi equi. Per questo è necessario individuare le soglie retributive al di sotto delle quali non si possa andare, meglio se regolate assieme ad altri diritti dalla contrattazione collettiva.

Uno strumento per intervenire, da un lato, può essere agevolare un percorso che conduca le parti sociali ad istituire contratti collettivi nazionali di lavoro per quelle attività che ad oggi risultano prive di disciplina.

Da un altro lato, il precedente dei giornalisti offre una possibilità in più: la legge 31 dicembre 2012, n. 233, infatti, istituisce già l’equo compenso nel settore giornalistico, affidando ad una Commissione presso il Dipartimento per l’informazione e l’editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri il compito di definire un compenso equo per la categoria.
Sulla base di questa esperienza già in atto, riteniamo sarebbe utile estendere l’idea di questa Commissione, dalla singola categoria per cui è prevista a tutte le altre, sempre mantenendo le premure di efficienza, efficacia e ragionevole limite di mandato della stessa che sono indispensabili quando si passa da un ambito ristretto ad uno più esteso.

Su queste basi, auspichiamo ora si possa avviare una discussione proficua che, anche grazie alle audizioni in Commissione, si arricchisca di ulteriori elementi. Riteniamo il tema una grande novità, perché finalmente si intende dare cittadinanza istituzionale ad un popolo di lavoratori non garantiti che, in più, spesso è stato di “invisibili”.

Perché questo impegno abbia successo, abbiamo ora bisogno della massima condivisione e supporto dalle parti sociali, proseguendo e approfondendo il confronto che ci ha già visti impegnati insieme ad oltre cinquanta associazioni nella campagna “Alta partecipazione”, incubatrice delle proposte.

Un percorso che viene da lontano e, auspichiamo, porti lontano.

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