A proposito di voucher

Un dato su tutti ha riempito le pagine dei giornali a partire dal mese di dicembre: 121 milioni di voucher. Un numero enorme ma mai paragonato ad altro se non a sé stesso, usato spesso in modo strumentale. Un dato su cui dobbiamo riflettere con molta serietà. In Commissione lavoro stiamo ascoltando le parti sociali e la ricostruzione seria e razionale ci aiuta ad avere l’equilibrio necessario per fare un lavoro utile e non demagogico. Il tema di fondo, che non riesce mai ad entrare nella discussione vera è il costo del lavoro. Di questo dobbiamo farci carico, e su questo mi auguro si possa lavorare e approfondire come partito innanzitutto. Occorre imparare dalla vicenda voucher, e non demonizzarla: quando pure i sindacati dichiarano di usarli per mancanza di alternative, significa che serve meno strumentalità e più rigore.

Accusati di essere sostitutivi dei contratti veri e propri, invece che di scoperchiare il nero, nessuno si è finora domandato, attraverso i numeri, in che percentuale i voucher provochino il primo o il secondo risultato.
Si è fatto spesso riferimento al fatto che nel 2016 alla crescita dei voucher sia corrisposto il calo della stipula di contratti a tempo indeterminato, vista la scomparsa degli incentivi del Jobs Act. Ma allora perché nel 2015, con gli incentivi presenti, i voucher sono comunque cresciuti del 67%, fino a 81 milioni di singoli buoni, mentre aumentavano del 38,8% i contratti a tutele crescenti che da soli valgono più di mezzo miliardo di ore lavorate? E perché nel 2016 all’aumento dei voucher non è corrisposto un calo dei contratti a tempo determinato (che crescono del 4,9%), o un calo degli apprendistati (che crescono del 24,5%)?
Se è vero, come si stima da anni, che in Italia siano presenti circa due milioni di lavoratori in nero, 121 milioni di voucher in 10 mesi non sono tanti. Sono pochi. Perché questi lavoratori avrebbero visto riconosciute “in chiaro” meno di due ore di lavoro la settimana, a fronte di interi redditi costruiti all’ombra del fisco. Dunque benvenuti voucher, se usati nel modo corretto. La verità è che la loro liberalizzazione da parte del governo Monti ha creato uno strumento rivoluzionario rispetto al mercato del lavoro italiano, ingessato e iperburocratizzato. Uno strumento iperliberista che ha consentito, fino alle restrizioni poste grazie alla comunicazione telematica preventiva, di assumere anche se per piccoli importi chiunque fosse in cerca di lavoro, per fare qualsiasi cosa, senza contrattazione, senza particolari registrazioni, senza intermediazione. Rispetto all’universo di scartoffie che ogni giorno le imprese italiane si trovano davanti, qualcuno vuole realmente stupirsi che si siano buttate a capofitto sui voucher?
Naturalmente, qui emerge il problema: i buoni non si possono utilizzare per qualsiasi cosa, né in molti casi possono sostituire un rapporto di lavoro, che per sua natura ha bisogno, per funzionare, di chiarezza e stabilità.
Il compito della politica, arrivati a questo punto, non è quello di giudicare se certi comportamenti siano stati leciti o meno: per quello esistono i controlli dell’amministrazione e le sentenze dei giudici. Compito della politica è regolare il mercato: per questo già dalla ripresa dei lavori parlamentari, a inizio gennaio, abbiamo iniziato a discuterne in Commissione Lavoro alla Camera, e lo stiamo facendo tuttora. I correttivi da porre agli articoli che la CGIL vorrebbe abrogati sono molti. Abbassamento del tetto annuo per committente, divieto di integrazione dello stipendio con i voucher, restrizione dei mesi per il rimborso sono degli indiscutibili punti di partenza. Ma occorre imparare dalla vicenda voucher, e non demonizzarla: quando pure i sindacati dichiarano di usarli per mancanza di alternative, significa che è tutto il resto a non funzionare. Non certo i voucher.

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