A Bologna protagonista la nuova “generazione agricola”

In trasferta a Bologna, sono intervenuta alla giornata organizzata dal Forum Nazionale Agricoltura del PD sulla nuova “generazione agricola”. Una giornata densa di appuntamenti, chiusa dagli ministri Orlando e Martina. Abbiamo parlato, tra le altre cose, di digital food e contadini 3.0: quelli che stanno reinventando il concetto di azienda agricola usando le tecnologie e il digitale per far crescere le agri-startup. Un pezzo importante del cambiamento degli stili di produzione e di consumo, come del futuro dell’alimentazione e della nostra qualità di vita passa oggi dal loro lavoro.
Sono i nuovi contadini: ma qual è il loro identikit?
Sono giovani, in buona percentuale donne, spesso laureati, magari con precedenti esperienze nel terziario e nei servizi. Hanno scelto di occuparsi del settore primario, alla base del cibo di oggi e di domani, che significa allevamento, pastorizia e agricoltura.
Possono aver ereditato la terra e l’azienda dal padre o dal nonno, oppure possono avere iniziato una nuova attività da zero. Sia che scelgano di riprendere in mano le imprese degli avi, sia che abbiano avviato una “agri-startup” (sì, le start-up sono anche questo!) quello che fanno è rinnovare il comparto agroalimentare, ripartendo dai valori e dalle attività tradizionali, dai prodotti e dalle filiere locali.
Non più solo gli agricoltori per necessità, quindi: disoccupati che rilevano aziende agricole per mantenersi. Certo, in parte c’è anche la risposta alla crisi e, perché no, ad un certo modello di vita e di sviluppo. Ma tra di loro la gran parte ha preso questa scelta sul serio e consapevolmente. Non un ripiego ma un’opportunità.
“Braccia rubate all’agricoltura” si diceva un tempo a chi non studiava. Ora è proprio chi studia che vede in queste professioni uno sbocco originale e creativo, in cui applicare meglio e con più soddisfazione che altrove le nuove conoscenze acquisite e le esperienze maturate.
I dati degli ultimi anni sugli iscritti alle facoltà di agraria, visti sul totale degli impiegati nell’agricoltura e sul numero delle aziende, hanno tutti segno positivo e sono confortanti. Ma sono anche professionalità diverse, come quelle manageriali, digitali, economiche e via discorrendo, ad essere coinvolte: se una volta il contadino coltivava solo il suo prodotto, oggi la prospettiva è rappresentata dalle aziende multifunzionali, quelle cioè dove si fa di tutto: si produce e si trasforma; ma si crea anche il marchio, si fa marketing per trovare i clienti, storytelling per raccontarsi e conquistarli, crowdfoundig per sostenere le nuove idee ed innovazioni, si usa internet, i social networks e si fa e-commerce per vendere non solo qui ma in tutto il mondo, trovando nuovi mercati per i prodotti della tradizione.
Aziende multifunzionali significa anche aprire possibilità economiche aggiuntive all’attività in sè, come l’ospitalità rurale degli agriturismi, percorsi ambientali ed educativi: esperienze che si legano alla terra, ai prodotti e ai valori delle comunità locali, della socialità, della ruralità, delle produzioni a km zero, biologiche e biodinamiche.
In altre parole, i neocontadini guardano alle eccellenze agroalimentari del passato ma con strumenti nuovi, attraverso innovazioni o di prodotto o di processo o di servizio. Proprio nell’era delle nuove tecnologie digitali e di Internet, l’agricoltura diventa così – senza paradossi! – uno dei settori più dinamici e smart.
Dopo decenni di delocalizzazione delle produzioni, anche agroalimentari, i contadini 3.0 (cioè quelli che che usano le tecnologie del digitale 3.0 come fattore base della propria competitività) vogliono rilocalizzare le produzioni, e spesso lo fanno ripartendo con nuovi strumenti dalle agro-biodiversità tipiche, dalla riscoperta di modi e tecniche di produzione tradizionali e con una visione etica orientata ad una produzione di cibo ecologica, sostenibile, rispettosa della cultura e dell’ambiente locale.
I contadini 3.0 stanno reinventando il concetto di azienda agricola e aprendosi sia all’esterno, con le esportazioni, sia all’interno delle comunità: ad esempio con esperienze come le “fattorie didattiche”, in cui il Sapere di ieri, di oggi e di domani – per così dire – “chiude un cerchio”.
Sono quasi 11.500 start up di settore registrate l’anno scorso. Un vero boom. Più del 17% i titolari con meno di 30 anni. Sta cambiando così non solo la composizione ma anche il modello di impresa, rigenerato nell’incontro tra vecchie aree di coltivazione e competenze aggiornate: nella crescita delle “agri-startup” infatti c’è anche la marcia in più del biologico, che fa segnare un passo più rapido della media sia nelle vendite che nell’aggiornamento digital.
Da qui, dall’”origine” possiamo ben dire, parte anche la sfida per il miglioramento degli stili di consumo, della nostra stessa salute e della qualità della nostra vita: lo si vede dal fiorire di alleanze formali tra produttori e consumatori, come gruppi di acquisto, distretti e reti di economia solidale rurale, usando ampiamente Internet, per “fare rete”.
E’ anche così che si sfidano alcuni steccati neoliberisti: attivismo alimentare, coproduzione e solidarietà, reti alimentari alternative (alternative food network)  sono parole chiave per chi crede che “nutrire il pianeta” – come riecheggia nel Tema di Expo Milano 2015 – sia compito di ognuno e occorra il concorso di tutte le intelligenze per farlo al meglio, in modo consapevole, sostenibile ed etico.
Quali possono essere, allora, le politiche che rispondono ai loro bisogni? Cosa possiamo fare noi, la politica, insieme a loro?
Qualcosa è già stato messo fortemente in campo, con l’ultimo collegato agricolo: Punto caratterizzante di questo provvedimento è proprio l’attenzione ai giovani agricoltori attraverso misure per sostenere il loro ingresso in agricoltura: lo si può fare con processi di affiancamento nella gestione delle imprese, puntando sul trasferimento delle competenze e delle tradizioni dagli imprenditori ultra 65enni, o pensionati, ai giovani. Ci sarà poi la Banca delle terre agricole, dove sarà accessibile gratuitamente l’elenco di tutte le terre abbandonate e delle modalità per acquisirle, consentendo ai giovani agricoltori senza terra di poter iniziare una attività agricola.
Il nuovo contadino ha poi bisogno che le conoscenze, le tecniche e le tecnologie continuino il loro sviluppo, con la ricerca e la sperimentazione (penso al sostegno a realtà come il CREA, che parlerà in seguito). Obiettivo: produrre di più con meno, poiché lo scopo primario è diventato quello di migliorare la qualità del suolo, risparmiare acqua, produrre biocarburanti rinnovabili e le emissioni-serra.
Deve anche poter disporre di questi strumenti in maniera accessibile, abbondante ed economica. In questa chiave, parlando naturalmente di aree interne e di territori poco urbanizzati, una sfida particolare è quella rappresentata dal digital divide e dalla connessione veloce da portare in tutto il territorio, anche nelle aree cosiddette “a fallimento di mercato”. Il piano straordinario del Governo servirà, quindi, anche e soprattutto a loro.
Qual è il futuro dell’agricoltura, che cammina sulle loro gambe?
L’obbiettivo deve essere quello di valorizzare il territorio su cui si insiste utilizzando le innovazioni tecnologiche globali, cercando di garantire la sicurezza alimentare all’intera popolazione mondiale e sviluppando nuovi modi per conciliare un necessario incremento della produttività agricola con uno sviluppo sostenibile dal punto di vista sociale, economico e ambientale.
Per dirla con una battuta, divenuta famosa dopo l’analisi di Bauman: pensare globale ed agire locale. La sfida è grande, le difficoltà non sono e non saranno poche. Ma è anche e soprattuto da qui che passa la via più “smart” – più intelligente – per il futuro sostenibile del pianeta, dell’economia e di tutti noi.

Submit a comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *