8 settembre e Liberazione: orazione al colle del Lys

Sono stata davvero onorata di poter tenere l’orazione ufficiale per commemorare l’8 settembre al Colle del Lys. Un luogo che in cui la memoria del passato e l’impegno nel presente si fondono non solo nelle belle celebrazioni, ma giorno per giorno. Grazie quindi all’Ecomuseo della Resistenza Carlo Mastri e al Comitato Resistenza Colle del Lys per il loro costante impegno, le mille attività e l’irriducibile lavoro che da anni mettono in campo affinché i valori e la memoria della Resistenza siano sempre vivi e vitali.

Questo il testo dell’orazione che avevo scritto e che poi – immancabilmente – ho finito per terminare “a braccio”:
“Questo è l’anno del Settantesimo della Liberazione. Settant’anni fa il nostro Paese veniva liberato dall’oppressione e dalla dittatura. Finiva così il periodo forse più buio della nostra storia recente, segnato dalle violenze del fascismo, dal soffocamento della libertà, dalla vergogna delle leggi razziali, dalla crudeltà della guerra civile.
Specialmente in quest’anno, allora, credo che per cogliere appieno il significato della fine della battaglia di Liberazione, con la festa del 25 aprile 1945, serva ricordare anche – e forse soprattuto – il suo inizio, con il dramma dell’8 settembre 1943 e con i venti mesi che ne seguirono.
Se infatti la Liberazione è stato un momento di tutti, in cui l’intero popolo italiano si è potuto risollevare ritrovando la via per il proprio futuro, la Resistenza che ne originò fu invece inizialmente un fenomeno di pochi, una scelta di parte.
Nel clima di dissoluzione e di pauroso sbandamento che seguirono l’armistizio e la resa, la Resistenza fu l’apertura di uno spazio nuovo, uno spazio di possibilità. I partigiani hanno fatto una scelta dura, difficile, non scontata: combattere di qua o di là.
Una scelta di cui si sono assunti totalmente il prezzo. Come i 32 giovani della 17ª Brigata Garibaldi che tra l’1 e il 2 luglio 1944 proprio qui combatterono i nazifascisti, pagando il tributo più alto: 9 perirono in combattimento, 23 vennero catturati, torturati e vergognosamente trucidati.
Per questo il loro coraggio va ricordato e celebrato. Perché gli esiti di ciò che facevano erano tutt’altro che certi.
Le donne e gli uomini della Resistenza accettarono la sfida e i patimenti che avrebbe comportato, consapevoli anche della possibilità di soffrire e di fallire. Ma ciò nonostante non rinunciarono a voler combattere per gli ideali in cui credevano.
L’8 settembre fu il giorno della vergogna per le istituzioni ormai vuote, e insieme il giorno in cui è iniziato il riscatto dell’orgoglio, dell’onore e della dignità perdute. Uomini, donne e persino ragazzi, civili e militari, intellettuali e operai hanno reagito anche con le armi in pugno, con l’aiuto ai perseguitati, con l’assistenza ai partigiani e agli alleati, con il rifiuto, spesso pagato a caro prezzo, di sottomettersi alla mistica del terrore e della morte.
Non fu però per loro solo una risposta istintiva alla dittatura e all’occupazione. Per molti, l’obiettivo chiaro era quello di dare al nostro Paese, e alle generazioni che sarebbero venute, un futuro di libertà e di pace.
La Costituzione, nata dalla Resistenza, ha rappresentato il capovolgimento della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia, trovando l’opposizione – spesso repressa nel sangue – di non molti spiriti liberi.
Mi rivolgo pertanto ai partigiani.
Oggi, a settant’anni di distanza, guardando a chi di loro è qui con noi, e pensando a chi non c’è più, dobbiamo innanzitutto dire che grazie a voi. Grazie al vostro sacrificio, agli sforzi, ai pericoli, al freddo e alla fame che avete provato l’Italia ha potuto uscire dall’incubo della guerra, dando ai vostri figli e noi nipoti – come promesso – una vita diversa da quella che avevate sperimentato sotto la dittatura: finalmente, libertà e democrazia.
Con il fascismo il nostro Paese – a differenza di altri, come la Germania – non ha però mai fatto i conti fino in fondo. Così ancora nel 2008 c’era al Governo chi voleva equiparare repubblichini ai partigiani, sostenendo che i morti sono tutti uguali. Dimenticando quanto diverse, invece, sono state le loro scelte da vivi.
Negli ultimi anni si sono però compiuti anche indiscutibili sforzi per approfondire la conoscenza degli orrori del nazifascismo e la consapevolezza dei cittadini intorno ai valori di libertà. Lo si è fatto con manifestazioni intense e partecipate sul territorio – come questa – e con un contributo più deciso anche da parte delle istituzioni, sia locali che nazionali. Come dimenticare, poi, l’apporto fondamentale dato dai centri storici e dai musei, come il vostro, specie nei confronti delle scuole e dei più giovani.
E’ quindi anche grazie al rinnovato impegno di molti di noi in diversi ruoli che scenari come quelli di pochi anni fa, almeno per ora, sembrano superati.
Ma lasciatemi pensare a quanto si annuncia per le prossime settimane in Lombardia, dove forze neofasciste come Casapound e Forza Nuova vorrebbero dare luogo ad un “settembre nero”.
Lasciatemi pensare a Milano, città guida della Resistenza, il cui ritorno alla libertà civile segnò – con l’insurrezione del 25 aprile 1945, annunciata da Sandro Pertini da Radio Milano Libera – la fine della guerra, il recupero dell’unità nazionale e l’avvio di un nuovo percorso democratico per il nostro popolo.
Anche da noi, anche da questo luogo è importante che arrivi il pieno sostegno al “no” fermo che è stato opposto dalle istituzioni locali, in primis il Comune, insieme alle forze civiche, politiche e sindacali. Un “no” che confido arrivi forte anche al Ministero dell’Interno, che ho interrogato appena qualche giorno fa per chiedere di intraprendere azioni forti per garantire il pieno rispetto della Costituzione e delle leggi dello Stato, che vietano la propaganda dell’ideologia fascista.
Una scelta come quella dei partigiani, allora, non è mai presa una volta per sempre. Non possiamo pensare che basti soltanto rifarsi la volontà assunta da qualcun altro in qualche altro tempo. Così come non possono essere dati per scontati i risultati che da essa sono venuti.
Perché gli sforzi e le sofferenze di quelle donne e uomini coraggiosi non siano stati invano, la scelta di chi ci ha preceduto deve essere continuamente rinnovata, ravvivata e inverata da noi.
Viviamo oggi un momento cruciale: quello in cui il trascorrere inesorabile del tempo rende quanto mai necessario portare a termine il passaggio di testimone tra la generazione dei nonni e quella dei nipoti. Un passaggio nel quale, sappiamo, che gli insegnamenti e i valori dell’antifascismo, per essere veramente trasmessi, vanno raccolti e portati nelle sfide del presente.
All’armistizio del ’43, seguì appunto una reazione. Di fronte all’assenza di giustizia e di umanità del loro tempo, i partigiani risposero immaginando una Italia ed una Europa diverse, che proprio da quei valori – libertà, giustizia, solidarietà, umanità – potesse ricostruirsi e bandire per sempre gli orrori che aveva vissuto.
Qualcuno scelse di guardare, di non rimanere più indifferente all’ingiustizia e alla sofferenza, e di fare qualcosa. Spesso ha voluto dire innanzitutto aprire una porta, accogliere, ospitare.
Una reazione simile, oggi, dovrebbe avere l’Europa di fronte alla tragedia di chi arriva da lontano fuggendo da guerra e persecuzioni cercando qui la salvezza. Quello che stiamo vedendo accadere ai nostri confini – così come al loro interno, in molti territori, con tratti che a volte richiamano lo squadrismo – ferisce a morte quei valori, i nostri valori.
Cofini che spesso sembrano non essere più quelli aperti ed esemplari per tutte le nazioni del mondo, quelli nati dalla peggiore catastrofe della storia umana e dal monito rappresentato da oltre trenta milioni di morti della Seconda Guerra Mondiale.
Ora le guerre sono altrove.
Ma non possiamo evitare di guardare al mar Mediterraneo, la culla della nostra civiltà, che si sta trasformando sempre più in un cimitero: oltre ventimila i morti negli ultimi quindici anni, secondo le statistiche più ottimistiche, ma nessun vero conto è fattibile di chi non ce l’ha fatta, nel lungo cammino che porta qui, anche prima di imbarcarsi.
Come ha ribadito anche il Presidente della Repubblica Mattarella in occasione delle celebrazioni per il Settantesimo, la nostra umanità si ribella di fronte a questo, settant’anni fa come oggi, di fronte alle vite spezzate. Ieri contro la sopraffazione nazifascista, oggi contro chi opprime intere popolazioni, etnie, gruppi religiosi, costretti a fuggire dal fuoco delle armi, dall’indigenza, dal sopruso, dal fanatismo religioso.
L’Europa democratica, protagonista settant’anni fa nella lotta contro i responsabili dei peggiori crimini contro l’umanità, deve assumersi oggi la propria responsabilità storica, in coerenza con le proprie radici ed il proprio passato.
Sono i sentimenti di pietà, di umanità, di rispetto che costituiscono gli antidoti migliori al rigenerarsi dei germi della violenza e della follia.
L’onere e la responsabilità della scelta attende ora anche noi. Da che parte stiamo? Sappiamo ancora vivere, parteggiare, odiare chi non parteggia, odiare gli indifferenti?
Dobbiamo saperci unire nuovamente, accettando il rischio e le difficoltà. Dobbiamo farlo sia tra generazioni sia tra popoli, se vogliamo arrestare una volta di più il diffondersi dell’egoismo, della crudeltà e della violenza.
Lo dobbiamo a chi ci ha preceduto e che ci ha consegnato le possibilità che oggi noi abbiamo e che non possiamo sprecare.
Lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi, perché sul loro esempio, il filo che unisce le convinzioni e le azioni non si interrompa mai.
Questi pericoli possono essere affrontati e vinti solo con le armi a cui le derive fasciste non sanno, e non hanno mai saputo, rispondere: il dialogo democratico, la discussione collettiva e consapevole, che, a partire dalle Celebrazioni e poi giorno per giorno, sa costruire un nuovo e forte sentimento civico.
In fondo, la nostra più grande sfida, che ci viene da ieri e che guarda a domani, è questa: costruire nel nostro mondo d’oggi antidoti contro la violenza, contro tutte le violenze. Insieme ai presupposti perché non accadano mai più. E’ questo il migliore modo che abbiamo di onorare il debito di riconoscenza nei confronti dei partigiani.

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